PITTURA: QUANDO LA LUCE PRENDE FORMA.


Lo specchio mi rimanda, anche se in modo crudo, le immagini del mutare della fisionomia e della già percettibile decadenza del corpo. Per fortuna tutto è consolato da una mente più serena, più lucida di quanto non fosse stata in gioventù, adatta a giudicare le cose per quello che sono. Un artista che riflette sulla propria identità, non può fare a meno, negli anni della consapevolezza, di guardarsi attorno e mettere la sua immagine in relazione con quella di altri artisti. L’arte che uno ha cercato di fare credendosi solo, diventa un punto in una ”mappa” circondato qua e là da altri punti che corrispondono ad altri artisti. Così diventa più chiara e inevitabile la valutazione di quel poco che abbiamo fatto, dovendo anche ammettere che avremmo potuto e dovuto fare di più, e che c’è ancora molto da fare nel tempo che ci resta. La nostra coscienza ci impone di accettare la nostra dimensione vera che è quella di una piccola tessera in un grande mosaico, dentro il quale ci siamo inseriti per tendenza naturale o per volontà, in una zona che non ci sarà consentito cambiare. Senza saperlo, eravamo come siamo adesso, parte di un “insieme” più grande, di un repertorio linguistico o estetico, che coincide con l’arte di questo secolo.

“E PROPRIO NELLA CONTINUA SPERIMENTAZIONE DEL RAPPORTO TRA COLORE E SUPERFICE, CHE HO INTRAVISTO LA POSSIBILITÀ DI FAR DIALOGARE I COLORI TRA DI LORO, NELLA CONSAPEVOLEZZA CHE OGNI RAPPORTO CROMATICO SEGUE LE REGOLE DI UN MOMENTANEO E IRRIPETIBILE EMPIRISMO CREATIVO.”


La storia dell’arte l’ho studiata da solo perché non ho potuto fare studi impegnativi e illuminati, la pratica della pittura l’ho incominciata frequentando i molti artisti che ho avuto la fortuna di conoscere. Gli artisti imparano dagli altri artisti, non c’è tanto da studiare, basta tenere gli occhi e le orecchie aperte Alcuni veramente grandi mi hanno, trasmesso il loro sapere nella silenziosa quiete dei loro studi, dal vivo si apprende moltissimo e proprio per questa ragione che gli artisti gelosi dei propri segreti, non amano essere osservati mentre lavorano. Molti di quelli, a cui devo profonda riconoscenza, non sono più in vita, e la loro perdita è stata grande come il mio rimpianto. Nel fare pittura, ho cercato sempre di mettere a confronto il rapporto tra le molteplici, esperienze pittoriche e le avanzate tematiche che sfiorano i diversi codici simbolici della luce e del colore, cercando di costruire dei valori linguistici ed estetici nell’ ambito della tradizione europea dell’ astrattismo. E proprio nella continua sperimentazione del rapporto tra colore e superfice, che ho intravisto la possibilità di far dialogare i colori tra di loro, nella consapevolezza che ogni rapporto cromatico segue le regole di un momentaneo e irripetibile empirismo creativo.


Non seguendo le mode, ho cercato di portare avanti da molti anni, una concezione dell’arte come disciplina della forma, come analisi poetica delle strutture linguistiche della percezione, fondata sui reciproci rapporti di colore, luce spazio e movimento. Sono profondamente convinto che l’estetica sia un’ aspirazione umana e che questo termine debba tornare ad arricchire le nostre esperienze di vita e di cultura. L’uomo contemporaneo ha bisogno di ritrovare la vita percettiva e fantastica, è sempre più alienato da una civiltà sfrenatamente tecnologica, artificiale e inquinata. Le pitture che danno “figura” alla luce sono comparabili a sorgenti di energia che emettono “radiazioni” trasmettendo un messaggio vitale e ottimistico.

Giulio Candussio